Excerpt for Radiazione by Jacob M. Appel, available in its entirety at Smashwords

Radiazione

Jacob Appel

Radiazione

Jacob Appel

www.jacobmappel.com

Traduzione di Elena Cantoni

Titolo originale inglese

Fallout

© 2004 by Jacob Appel

Pubblicato in prima edizione nel numero Autunno/Inverno 2004 della Colorado Review, Fallout nel 2006 ha ricevuto una “Special mention” per il Pushcart Prize.

Copyright for digital edition for all languages

© Digitpub srl 2010

via Adige 20 - 20135 Milano, Italia

www.40kbooks.com - info@40kbooks.com

ISBN 978-88-6586-006-9

Copertina di Roberto Grassilli

warehouse.robertograssilli.com

Questo titolo è disponibile anche in inglese, portoghese...

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Questa storia è diventata un epub nel mese di luglio 2010

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Smashwords Edition, Licence Notes

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Radiazione

Jacob Appel

Dopo una lunga giornata passata a produrre gadget erotici musicali, il marito di Maggie studia la guerra chimica al tavolo di mogano della loro sala da pranzo. Sostiene che le sue competenze tornano comunque utili. Il genio è genio. Prima raccoglie tutta la sua merce sperimentale – mutandine che cantano l’inno nazionale, falli a forma di clarinetto che suonano i successi di Benny Goodman – e la ammucchia sotto il lavabo. Poi, al posto degli oggetti compaiono pile di volumi dai titoli inquietanti: L’olocausto chimico di domani; Guida per principianti al bioterrorismo e alle armi di distruzione di massa. Ha preso in prestito quasi una sezione intera della biblioteca del quartiere, e Maggie è preoccupata di ciò che penseranno le bibliotecarie. Si sforza di essere paziente e comprensiva – in fondo per un’infermiera pediatrica dovrebbe essere quasi una seconda natura – ma le letture serali di Frank su gas paralizzanti e agenti urticanti cominciano a logorarla.

La sorprende il panico che avverte tra le righe del nervoso umorismo di Frank. Dovrebbe essere lei – non lui – ad accusare il trauma. C’era lei in centro a rinnovare la patente quando il Trade Center è crollato; ed era ancora lei, nella fiumana di profughi, quella che procedeva stordita lungo il ponte della Cinquantanovesima. Lui era nel suo ufficio a Jersey City a guardare la Cnn. Ma a tre giorni dalla tragedia, una volta accertato che tutti i loro amici l’hanno scampata, quando lei cambia stazione alla radio, interrompendo il notiziario per ascoltare qualche vecchio successo e comincia a pensare che quella sera potrebbero tentare ancora una volta di fare un bambino, Frank torna dall’ufficio con tre scatoloni zeppi di libri. Atteggia le labbra a un sorriso che non gli arriva agli occhi. Dice: "Voglio solo approfondire un paio di cosette." La stessa frase che aveva usato negli ultimi mesi prima della laurea in legge, quando i libri che aveva portato a casa riguardavano il lancio di un’attività in proprio. Per settimane aveva divorato un volume dopo l’altro, e infine aveva profetizzato: “Diventeremo ricchi, mia cara." Ora chiude con un tonfo l’ultimo volume, e annuncia con la stessa sicurezza: "Moriremo tutti."

Maggie si avvicina allo schienale della sedia e gli massaggia le spalle. Ha ordinato una consegna a domicilio di pad thai con le ostriche, ha persino acceso una candela in cucina. "Se è questo il destino che ci aspetta" dice, infilandogli le dita sotto la camicia e la cravatta, "moriremo come i conigli".

"Parlo sul serio" ribatte Frank. Cambia posizione sulla sedia, e lei ritira la mano. "Cosa farai quando cominceranno a spruzzare il sarin nella metropolitana?"

"Ti prego, Frank" dice lei. "Sono in piedi dalle cinque."

"Lo so che non ti va di sentirlo" si ostina lui. "Ma dovrai ascoltare. Ti amo troppo per permettere che tu muoia per l’antrace, o di botulismo."

"Nessuno morirà di niente" dice Maggie.

"Non ancora."

Maggie gli prende una mano, grande e larga, e preme il suo palmo contro il proprio ventre. È un loro gesto in codice, per dire 'Facciamo un bambino'.

Frank ritrae la mano. "Anche a quello stavo pensando" dice. "Sei proprio sicura di voler portare una nuova vita in un mondo come questo?"

Lei torna in cucina e incarta la cena che lui non ha nemmeno assaggiato nel foglio di alluminio. Lui la segue e cerca di abbracciarla alla vita, da dietro, ma lei si scansa. "Io voglio un figlio" sbotta. "Tre settimane fa, lo volevi anche tu. Che cosa è cambiato, Frank?"

"Forse solo qualcosa nell’aria" dice lui. "Non so."

Quando Maggie lo vede ingobbito sulla seggiola di cucina, con le maniche della camicia rimboccate e gli avambracci nudi e villosi appoggiati al tavolo, si intenerisce. Domanda: "C’è qualcosa che posso fare?"

"È solo un presentimento" dice Frank. "Quando cinque anni fa ti dissi che i vibratori musicali avrebbero pagato la retta del college per i nostri figli, tu mi credesti. Abbi fiducia in me, anche adesso."

"Credimi, ci sto provando."

"Trasferiamoci in campagna" dice lui. "In un posto isolato."

Lei rimane in silenzio. Sente il ronzio del frigorifero, il miagolio solitario del gatto del vicino in lontananza.

"In fondo, che cosa ci lega a New York?" domanda lui. "Potremmo andarcene a vivere in Canada, sulle Montagne Rocciose. Possiamo fare qualunque cosa. Aprire un allevamento di mucche da latte nel Vermont."

"Siamo ebrei" dice Maggie. "Che ci andiamo a fare in una fattoria?"

"Esattamente ciò che disse mio zio Mendel a Grodno. 'Siamo ebrei. Che ci andiamo a fare in America?'"

Sono sposati da sei anni, e lei fa ancora confusione tra gli innumerevoli parenti di lui.

"Mendel era quello che tentò di assassinare lo zar, giusto?"

"No" risponde Frank. "Quello era mio cugino, il Piccolo Mendel. Mio zio Mendel è quello che morì a Treblinka."

Raggiungono un compromesso: tre acri di terra a Millbrook Heights. La stalla e rimessa ristrutturate erano originariamente appartenute alla tenuta di un latifondista olandese, ma le buffe porte da saloon e la struttura in mattoni gialli del diciassettesimo secolo sono state poi arricchite da una nuova ala con una veranda al primo piano e una Jacuzzi all’interno. I rami di una quercia vecchia di almeno tre secoli – un tempo sacra ai nativi – formano una cupola al centro del prato. Dal punto di vista finanziario, naturalmente, l’acquisto è un bell’impegno. Forse persino una follia. E aggiunge un’ora in più al tragitto di pendolare di Maggie. Il lato positivo è che distano un’ora anche dall’Hudson, ben lontani da quella che Frank chiama la zona bersaglio. Se bombardassero Times Square con il napalm, loro non se accorgerebbero nemmeno. E ci sono anche altri vantaggi: potranno iscrivere i figli alle scuole pubbliche, coltivare un orto e fare visita al padre di Maggie nei fine settimana. In primavera, potranno persino portare al vecchio pomodori e zucchine coltivati con le loro mani.

Il padre di Maggie sta scontando tre anni di carcere per contraffazione: aveva ritoccato una serie di paesaggi marini acquistati in una locanda che serviva ostriche, spacciandoli come opere di Winslow Homer a un magnate dell’informatica. Dacché la giuria lo ha scagionato del reato più grave – l’impiego dei proventi dalla vendita per assoldare un sicario che assassinasse la sua amante – vive confinato nel carcere a bassa sorveglianza di Wardelsburg. Maggie ha preso le sue difese contro sua madre. Gli porta cetrioli sottaceto da Riverdale, aringhe maatjes e i numeri arretrati delle riviste di equitazione. Sua sorella minore, bibliotecaria su una nave da crociera, gli spedisce sigari dall’estero. Poi, di punto in bianco, la sorella viene licenziata e trova lavoro come cameriera in un bar. Va ad abitare con loro finché non si rimette in carreggiata. Accade tutto molto in fretta. La prima domenica nella nuova casa, meno di un mese dopo la catastrofe del World Trade Center, salgono in macchina tutti e tre per una visita pomeridiana a Wardelsburg.

Il carcere si trova all’interno di un forte della guerra civile. Maggie porta un pranzo al sacco, per un pic-nic nell’ex cortile delle parate militari. Ha ripetuto più volte alla sorella di indossare abiti castigati, ma per Carreen il concetto di castigato contempla anche magliette striminzite che le lasciano nuda la pancia.

Frank accompagna le due sorelle fino ai cancelli, ma non entra. Lui e Jake Sheldrake si detestano. Il vecchio disapprova senza mezzi termini l’attività del genero ("C’è un limite a tutto!" sbraita), e alle sue spalle Frank lo chiama "la vecchia volpe in manette". Se Maggie o Carreen sapessero guidare come si deve, sarebbe rimasto a casa. Quando sei ore dopo torna a prenderle, non si trattiene da una stoccata. Domanda: "La vecchia volpe si è fatta di nuovo spennare al poker dallo Strangolatore di Boston?"

"Sai benissimo che non è una prigione di quel tipo" dice Maggie. "Te l’ho già detto, nel braccio di papà ci sono due senatori e un ex giudice federale."

"Lo Strangolatore di Boston è morto" dice Carreen. "Finì pugnalato a morte in prigione."

Frank sorride. "Un altro sicario al soldo della vecchia volpe?"

"Finiscila, Frank" dice Carreen. "Con noi non attacca."

"Per favore" li prega Maggie. "Non potremmo cambiare argomento?"

In silenzio attraversano la valle, accesa di rossi e gialli autunnali. Capanni e bungalow punteggiano le colline boscose che si estendono a perdita d’occhio. Di tanto in tanto la macchia si dirada, rivelando una fattoria fatiscente al centro di qualche pascolo, o un gigantesco cartello di compensato a forma di mela, con l’avviso vietato cogliere, in prossimità delle uscite della statale. Ci sono anche capre e bestiame dallo sguardo stolido. Per Maggie è un sollievo che non siano venuti a stare in quella campagna profonda.


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