20 Racconti
Antologia di racconti
By
Massimo Bolognino
SMASHWORDS EDITION
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PUBLISHED BY:
Massimo Bolognino on Smashwords
20 Racconti
Copyright © 2010 by Massimo Bolognino
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Questo libro è un’opera di fantasia.
Personaggi e luoghi citati sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione.
Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone, vive o scomparse, è assolutamente casuale.
© 2010 Massimo Bolognino
Prefazione
Una raccolta di racconti eterogenea e variegata, che spazia dalla fantascienza, al racconto a tema, alla trama appena abbozzata. Alcuni racconti di questa antologia nascono dalla partecipazione dell'autore a progetti di scrittura e a pubblicazioni di vario tipo, altri non sono mai stati pubblicati prima. Registri stilistici diversi e temi differenti caratterizzano questa raccolta di racconti che variano da poche righe a decine di pagine.
Prigione
La pioggia non è mai piaciuta a nessuno, almeno questo è quello che penso io, non ho nemmeno un ombrello, non so nemmeno cosa sia un ombrello... figuriamoci che faccia ho fatto questa mattina quando con gli occhi ancora apiccicati dal sonno ho scostato la tenda.
Fuori pioveva.
Ancora.
Mi sono stropicciato per bene gli occhi anche se lo so che non si deve fare... ho messo gli occhiali, malgrado tutto questo, fuori continuava a piovere. Una giornata di pioggia mi va per traverso, ma questa è... non mi ricordo nemmeno più bene da quanti giorni sta piovendo!
Ogni mattina mi sveglio, già di umore storto, guardo fuori... immancabilmente piove.
E ogni mattina il mio umore diventa sempre più nero.
Quanto nero può diventare un umore già nero?
Beh il mio questa mattina ha trovato una nuova tonalità di nero più nero del nero.
Non avendo un ombrello e non sapendo nemmeno cos'è un ombrello, come ogni mattina, da giorni, da mesi, forse da anni, non ho fatto nulla.
Quando piove così, quando diluvia, non resta altra soluzione che non fare nulla e basta.
Quando spioverà, allora uscirò, e qualcosa da fare, tutte le cose che ho da fare, le farò.
Quando e se, se e quando spioverà.
Per ora continua a piovere, senza mai fermarsi, il tamburellare della pioggia ormai mi è entrato nella testa e neppure lo sento più: è un rumore di fondo e come tale è diventato un silenzio. Ma non è grave, prendo il libro, cerco lo stecchino che fa da segnalibro. Ecco dove ero arrivato, stavo proprio per dire che “non può piovere per tutta la vita”
Mi chiamo Aureliano e sono di umore nero, ora ricordo: ormai ho alle spalle quattro anni, undici mesi e due giorni di pioggia!
Oggi forse spioverà, ma già lo so: da qui dentro io non riuscirò mai più ad uscire.
Niente
“Mi scusi, ma non riesco a capire, cosa vuol dire niente, ci sarà un motivo, lei dice che prima stavate parlando, di cosa?”
“Cos'hai, non stai bene?”
“Niente.”
“Non stai bene o non hai niente?”
“Niente, non ho niente, tutto bene, non ti preoccupare...”
“Io non mi preoccupo ma sei sicuro di non avere niente?”
“Tranquilla, non ho niente, sono solo un po' pensieroso, tutto qui.!”
“Se sei pensieroso non è che non hai niente, hai qualcosa ma non me lo vuoi dire.”
“Ma no, non ho niente, solo dei pensieri così, non ti devi preoccupare, niente di importante.”
“Niente di importante non è NIENTE, è solo che è qualcosa ma che è qualcosa che non mi vuoi dire e allora dici niente per non dover dire quello che non mi vuoi dire.”
“Che stress, se ti dico niente vuol dire che non è niente di importante, ho dei pensieri che non vale la pena di dirti perchè è inutile che ti preoccupi, ok?”
“Se è inutile che mi preoccupi non vuol dire che non è niente, è qualcosa di cui ti preoccupi tu ma non vuoi che mi preoccupi io, però c'è da preoccuparsi, non è 'niente', è qualcosa di cui tu ti preoccupi ma io, come al solito, sono tagliata fuori!”
“Se ti dico niente è niente, basta con tutte queste menate, mi stai facendo venire il mal di testa!”
“Allora quella faccia è per via del mal di testa? Vuoi una pastiglia? Devono essere pensieri pesanti se ti hanno fatto venire anche il mal di testa, sei sicuro di non volerne parlare, perchè continuare a dire niente per delle cose che ti fanno addirittura venire il mal di testa... è stupido, non credi?”
“Ispettore è a questo punto che l'ho strangolata, le ripeto che... niente, il motivo è... niente.”
Il Vecchio Faro
Il vecchio faro si era addormentato ormai da molti anni, da quando quella punta non era più su nessuna rotta.
Lui era rimasto lì, sull'estremità più a nord dell'isola, solo, abbandonato, triste: guardava il mare con nostalgia. Da quando non faceva più l'occhiolino alle navi di passaggio si era riempito di rughe, aveva cominciato a perdere pezzi d'intonaco: era invecchiato.
Per un po' la porta d'ingresso aveva resistito ai vandali, poi aveva alzato bandiera bianca; i cardini arrugginiti avevano ceduto di schianto e l'ingresso si era riempito di sabbia, piscio, cartacce, preservativi, siringhe usate e stracci.
Qualcuno era salito fino in cima e con metodo, poco alla volta, i visitatori gli avevano rotto tutti i vetri, le lampade, poi le scale, finchè qualcuno non gli aveva dato fuoco. Non c'era un granchè da bruciare, era stato un fuoco scarso, morto sul nascere, solo il vento aveva cercato di farne un evento, senza riuscirci.
Da lontano tutto sommato sembrava ancora un bel faro, longilineo, alto, fallico come tutti i fari sanno essere. Avvicinandosi però diventava man mano sempre più evidente che si trattava di un vecchio, certo pur sempre dritto, ma segnato dal tempo e dagli uomini, senza speranza, senza possibilità, senza nessun segnale da lanciare al mare che gli stava di fronte.
Quindi la sua fama di maledetto era iniziata prima, molto prima.
Qualche ragazzino si era tagliato con dei vetri rotti caduti vicino all'ingresso, un altro era salito sulla scala rotta e mezza bruciata fino in cima e si era strappato mezza coscia con uno spuntone di ferro arugginito, lasciando nel faro tanta paura e mezzo litro di sangue fresco. In paese la gente quindi ne parlava già male, era diventato scorbutico e vendicativo, come spesso accade ai vecchi. Alla gente cominciava a dare sui nervi, come il nonno rompiscatole che bisogna per forza tenere in casa visto che è sua. Se ne parlava poco, malvolentieri e sempre male, il che non poteva che aumentare la sua fama di menagramo.
Lui ne soffriva, ma sempre in silenzio, forse ne parlava di notte con le onde che andavano a trovarlo, ma con la gente del paese non disse mai una parola. Un giorno poi un ragazzino entrò dalla sua porta sfondata, perchè i ragazzini adorano entrare dove le mamme dicono di non entrare e trovò per terra un barbone addormentato. Gli diede un calcio, un altro, ma il sonno del barbone era senza fine. Il ragazzo chiamò gli altri rimasti fuori, poi tornarono in paese a raccontare.
Arrivarono i carabinieri e l'ambulanza: era proprio morto.
Un barbone ha diritto di morire dove gli pare, nessuno se preoccupò, non si fece nessuna autopsia, aveva un documento sgualcito e lo sotterrarono così, con quel nome.
La reputazione del vecchio faro di certo non migliorò.
Uno dei ragazzini la settimana dopo il funerale ci tornò al vecchio faro, da solo e la sera a casa mancava ancora all'ora di cena. Lo cercarono per tutto il paese, finchè a qualcuno non venne in mente il faro e lo trovarono lì, sulla scala, morto anche lui.
E non era un barbone, quindi per morire, un ragazzino del paese, aveva diritto ad una ragione ben precisa.
Per diverse settimane la storia divenne l'argomento principale del paese, mentre si aspettavano i risultati delle analisi mediche, l'autopsia, le indagini. Ovviamente furono estese anche al barbone, il cui cadavere venne riesumato. Il vecchio faro stava diventando un mostro, un ammazzatore, un vendicatore, anche se per la verità stava sempre immobile al suo posto senza mai dire nulla, nemmeno in sua difesa.
I risultati di tante analisi e indagini furono però assai scarsi, in pratica nessuno era stato in grado di capire il motivo di due morti alquanto strane, legate tra loro solo da lui, il faro, vecchio ma ancora capace di uccidere. I suoi omicidi vennero interpretati come un segnale chiaro: lasciatemi stare, non venite a disturbarmi altrimenti...
Venne chiuso, la porta venne murata con mattoni e cemento senza nessuna delicatezza e sembrava proprio un vecchio a cui era stata tappata la bocca con cattiveria, con uno straccio malmesso quanto lui.
Non che questo muro raffazzonato fosse indispensabile, venne fatto più per spregio, per punizione, perchè in paese la voglia di entrare nel vecchio faro era scomparsa, perfino tra i ragazzini annoiati dal caldo dei pomeriggi di fine primavera; il paese aveva solo voluto così stabilire in modo definitivo che non faceva più parte del paese, era sempre lì ma nessuno ce lo voleva più e quei mattoni messi in fretta e furia erano il simbolo di quell'ostracismo.
Quando però qualcuno passava di lì, sembrava vederlo sorridere, sembrava ora più tranquillo, quasi felice. Per molto tempo quel fare beffardo e sornione del vecchio faro provocava solo una lieve irritazione a chi passava lì accanto, un malessere e niente più. Nessuno in paese immaginava cosa avesse da sorridere quel vecchio astioso e assassino, nessuno immaginava che avesse trovato una compagna, che qualcuno vivesse, ormai da anni, dentro il vecchio faro e avesse per lui castigato gli intrusi e tenuto lontani vandali e curiosi.
A vederlo adesso, colorato, con un bar gelateria al piano terra, all'ultimo piano i tavolini con vista panoramica e l'insegna al neon, che illumina la spiaggia nelle serate estive, a quelli del paese mette i brividi e anche un po' di nostalgia: fa strano.
La sua nuova vita iniziò una mattina, quando uno del paese, da una barchetta, notò che c'erano troppi uccelli intorno alla sommità dove un tempo stava la lanterna e lo raccontò in paese.
Che aveva fatto ancora quel vecchio incattivito?
La porta era sbarrata... però, qualcuno fece notare che salendo sulla scaletta di ferro che portava al ballatoio con una scala si poteva entrare dal locale della lanterna perchè i vetri erano stati rotti molti anni prima. Arrivarono i pompieri con le lunghe scale, le appoggiarono e salirono fino in cima. Sul ballatoio c'era un cadavere in putrefazione, certo non poteva essere uno del paese, doveva essere un matto, un forestiero, uno che non sapeva niente del vecchio faro.
Trovarono un cavalletto, caduto fino all'ingresso, una tela mezza rotta, dei pennelli: era un pittore salito fin lì per il suo quadro. Un bel quadro, quasi finito; c'era un pezzo della lanterna coi vetri rotti sulla destra e il mare grosso come lo si poteva vedere dal ballatoio sulla sinistra, mancavano gli ultimi ritocchi, le ultime pennellate.
C'era un pittore morto in putrefazione.
E c'era mezzo paese che guardava con fare interrogativo verso i due pompieri saliti fino in cima. Poi uno dei pompieri, che si era abbassato per controllare il cadavere sentì un morso, sul collo, non molto doloroso, ma lo avertì chiaramente. Disse ahi, disse mi ha morso una vespa, poi si sentì il collo rigido, cominciò a sudare, si aggrappò al braccio che gli tendeva l'altro pompiere, gli girava la testa, e sentiva caldo: stava male, molto male.
Fu così che il vecchio faro fu tradito, che la sua amante, la sua compagna si fece scoprire.
Il pompiere fu curato e si salvò, al vecchio faro non andò altrettanto bene.
Ora ha quell'insegna ridicola con scritto: La vedova nera e quel quadro mezzo strappato appeso alla parete, dietro al banco semicircolare dei gelati, 24 gusti, compreso i gusti veleno e antidoto, da comprare rigorosamente insieme. A quelli del paese fa tristezza vederlo punito così, in questo modo subdolo e strafottente da un forestiero che è venuto da fuori a sfruttare quella storia strana e misteriosa.
Per fortuna di quel profittatore, che fa i soldi su un poveraccio, un ragazzino e un pittore, per sua fortuna che ci sono i turisti, perchè comunque, a quella storia del ragno in paese ci crediamoo e non ci crediamo e il gelato gusto veleno non lo mangeremo mai.
Ciccio Porcello
Fare il bibliotecario è faticoso: in questa piccola biblioteca di questo piccolo paese non entra quasi mai nessuno. Ci sono delle sere che passo in assoluta solitudine, se non aprissi la biblioteca nessuno se ne accorgebbe.
Ma i libri, quelli me la farebbero pagare.
La mia fatica è passare ore ed ore da solo a leggere, a scrivere, a pensare. Con tutti quei libri che sussurrano alle tue spalle, che ti prendono in giro, che si stanno zitti solo se li apri e li leggi... o almeno se fai finta di leggerli. Una grande fatica ricompensata con pochi soldi che a uno studente come me però sembrano manna caduta dal cielo. Le sere d'inverno solo pochi si avventurano a tenermi compagnia, quasi nessuno per leggere, si parla un po', i più salgono solo per prendere quel calore che la biblioteca dispensa aggratis, senza dover bere un caffè o un fernet alla menta.
A casa c'è una moglie che rompe e la televisione che borbotta o forse il contrario: comunque solo noia. In biblioteca invece si può passare un'ora in santa pace facendo scorrere il dito su interminabili file di libri che non si leggeranno mai o sfogliare i fumetti di Crepax o leggere Linus o dire adesso non ho tempo di leggerlo e restituire un libro preso a caso la settimana prima. Nel pomeriggio invece la biblioteca si popola di ragazzetti sbandati, senza famiglia, con il padre sempre ubriaco, la madre che fa lavori difficili da sostenere di fronte alla cattiveria dei compagni di classe.
Da bibliotecario io divento assistente sociale part-time per bambini che a malapena sanno leggere e che al massimo si appassionano alla saga di Ciccio Porcello di Heine, hanno 10-12-14 anni e leggono libri per bambini di quattro-cinque anni... facendo pure fatica, aiutandosi con le figure.
“Ciccio Porcello domani si sposa” è il libro con la lista di prestiti più lunga di tutta la biblioteca, alcuni nomi compaiono anche cinque, dieci volte e spesso lo stesso nome si ripete due tre volte di fila. Una gran bella storia quella del matrimonio di Ciccio Porcello; per la felicità dei miei piccoli lettori disadattati anche io, il bibliotecario, compongo le mie versioni delle avventure di Ciccio Porcello.
Ciccio Porcello domani si sposa
Ciccio Porcello domani si sposa,
una gran festa ci sarà in chiesa
e tutte le bestie del paese
si metteranno in gran pavese.
Ma sia per invidia che per pietà
ognuna in silenzio si chiederà:
"Chi mai può esser la poverina?"
"Con Ciccio Porcello si rovina!"
Si rovina ma soltanto a metà
perchè tra le bestie della città,
tutte si cercano il più bello, l'attore
e non s'accorgono del porcello migliore!
Dopo questa prima storiella la banda si appassiona, scopre che qualcuno può addirittura scrivere per loro storie nuove, che nemmeno il grande Heine aveva concepito! Uno decide di fare le illustrazioni, anche perchè alla fin fine i libri che leggono sono fatti quasi solo di disegni e io quelli proprio non li so fare. Prendo spunto da loro, da quei pezzi di vita che mi raccontano, da quei grandi vuoti che coprono come un velo tutto quello che della loro vita è meglio non raccontare.
Ciccio Porcello di babbo NN
Ciccio Porcello, ognuno lo sà,
di mamma una sola ne ha,
ma chiama babbo, per sicurezza,
ogni maiale che mamma accarezza.
Che confusione che ha nel testone,
tutti quei babbi: che calderone!
"Meglio sarebbe - alla mamma dice -
averne uno solo per esser felice!"
Lesta ribatte la mamma porca:
"Chi tanto mangia tanto si sporca.
Io per mangiare e farti bel grasso
cerco di darti più babbi che posso!"
A loro non sembra vero che un adulto li stia ad ascoltare, io mi diverto e contemporaneamente evito che mi distruggano la biblioteca, che mi rubino libri che poi butterebbero nel cestino all'angolo della strada: siamo in piena comunione di intenti. E questi ragazzini sono i principali frequentatori della mia biblioteca... vorrà pur dire qualcosa se a frequentare la biblioteca sono quasi solo persone che non leggono e non sanno leggere... vorrà sicuramente dire qualcosa, ma cosa?
Ciccio Porcello che letterato!
Per il compleanno del suo porcellino
Ciccio Porcello farà un regalino!
"Povero bimbo di certo ci vuole
un bel regalo e non solo parole!"
Ciccia Maiala di gran buon gusto,
propone: "Un libro è di certo giusto".
Ma Cicco non è spendaccione: "Ma va là,
di libro, tuo figlio porcello, uno ne ha già!"
Oggi, dopo trent'anni, sento un groppo alla gola e tanta nostalgia.
Sento nostalgia di quel me che faceva il bibliotecario, che cercava di difendere i suoi libri da una banda di ragazzini semi-scappati di casa, che entravano in biblioteca con una grande rabbia dentro, con la voglia di spaccare tutto, di dare fuoco a quell'ammasso di carta per loro così inutile, piena solo di parole e mai di fatti.
Anche di loro, sopratutto di loro ho tanta nostalgia.
Di quei ragazzini non ricordo i nomi, non so che fine poi hanno fatto, se hanno percorso quella strada che sembrava allora già così ben tracciata: un solco dal quale è difficile uscire. Forse, invece, Ciccio Porcello, il massimo della letteratura che riuscivano a leggere, li ha in qualche modo aiutati. Non so come possa aver fatto Ciccio Porcello di Heine ad aiutarli, né se la mia versione di Ciccio Porcello abbia potuto fare qualcosina in più. Non so se un aiuto è venuto dalle ore passate a prenderli in giro, a parlare con loro, a disegnare Cicci Porcelli, a fare ognuno il bulletto, io come loro, io che alla loro età molti di quei libri che loro odiavano li avevo già letti, io non so se quei ragazzi li ho aiutati oppure no.
L'unica cosa di cui sono quasi certo è che di tutti quei libri che io ho letto e che loro hanno solo odiato, ci resterà sempre un ricordo in comune: i libri di Ciccio Porcello.
Il callo
L'ho conosciuto una sera, una delle tante sere che non avevo voglia di uscire.
Maria mi ha costretta, trascinata, ad una cena con un gruppo di motociclisti, a me, che non ero mai salita su una moto, che non ci volevo salire e che di certo nessuno avrebbe voluta come zainetto. Ma un'amica è questo, una che ti trascina ad una cena dove non volevi andare per non lasciarti a deprimere a casa da sola. L'ho conosciuto lì; si è seduto di fronte a me e abbiamo cominciato a parlare, a scherzare, a ridere. Io sono stata stupida e divertente, stupida e divertente come non sono mai stata prima e mai dopo quella sera.
Lui era simpatico, non era bello ma era intelligente, era affascinante e mi faceva ridere. Così ho fatto un sacco di cose stupide; alla fine mi sono rovesciata un bicchiere di vino addosso, ho sporcato tutta la tovaglia, ho riempito il piatto di vino, ho sporcato anche Maria: ho fatto un disastro.
E mentre facevo disastri, ridevo.
Ridevo perchè lui mi guardava e mi parlava come se io esistessi e a me non succede spesso, anzi non mi succede mai. Non sono brutta, ho un bel viso, sono intelligente, simpatica, ironica, socievole e grassa, molto grassa, non obesa, ma abbastanza grassa per non esistere. Gli uomini non mi vedono, il loro sguardo passa attraverso la mia ciccia e si posa magicamente su qualche smilza che sta dietro di me.
Anche se è brutta, anche se è stupida, anzi, soprattutto se è stupida.
Di un uomo si dice che può anche essere brutto, basta che almeno sia stronzo.
Di una donna si dice che può anche essere brutta, basta che almeno sia troia.
Io dico: una donna non deve nemmeno essere troia, basta che sia almeno stupida... e io non lo sono.
Quando sei grassa, grassa da bambina, un po' ci fai il callo ad essere ignorata, esclusa, non considerata. Il mio callo allora non era ancora completo, ero giovane ed avevo imparato presto a non chiedere, a non aspettare, a non sperare, ad essere trasparente ma non avevo il callo. Ho sempre trovato ridicolo che una ragazza magra venga definita 'trasparente' quando invece tutti la notano; quella trasparente invece ero io, che a volermi vedere c'ero, eccome...
Ma lo sguardo degli uomini non si muove in linea retta, quando arriva vicino a una grassa ci gira intorno e prosegue, come se in mezzo non ci fosse nulla. Tutto questo nella migliore delle ipotesi, perchè poi, soprattutto da bambina, ci sono le prese in giro, gli sfottò. Da piccoli sia i maschi che le femmine sono cattivi ma, anche se solo per prenderti in giro e mortificarti, ti considerano: ancora esisti.
Dopo, quando gli sguardi si fanno densi, per te che sei grassa non ce n'è nemmeno uno, se capita sai che è uno sbaglio e ti giri per vedere a chi era diretto e c'è sempre un'altra che aspetta che ti sposti. A quell'età cominci a scomparire e piano piano ci fai l'abitudine, non ti prendono più in giro, non ti sfottono: ti ignorano del tutto. Così non ti viene di fare la stupida, anche se sei stupida, figuriamoci se non lo sei. Non ti viene nemmeno di fare la troia, perchè se lo fai tu sei ridicola, sei pietosa, sei triste, sembri un barbone davanti alla chiesa che chiede l'elemosina, mentre quelle magre e troie non la chiedono l'elemosina, la fanno.
Non è cosa da poco la differenza.
Così non sei stupida, non sei troia, non esci nemmeno di casa e, quando non esci, nessuno ti cerca, il tuo telefono è muto, non ci sono sms, telefonate, squillini: nulla.
Io ero così prima di quella sera.
Poi ho cominciato a fare la stupida, ma dopo, dopo che lui mi ha guardata, dopo che mi ha vista, dopo che si è accorto che esistevo. Essere stupida è divertente e io l'ho fatto in modo così intelligente, così sopra le righe, che mi sono piaciuta anche da sola. Ero stupida nel modo come solo una persona con la mia cultura, con la mia intelligenza e con i miei chili di troppo può essere. Ho creduto di piacergli, ho creduto di aver fermato il suo sguardo su di me.
E' stato solo un attimo.
Quell'attimo è durato due anni.
Due anni di chilometri e chilometri in macchina, di gite in moto fatte in macchina, di cene, di aperitivi, di serate, di lunghe chiaccherate, di mille interessi in comune, di musica, di politica, di tutto. Tutto solo per vedere lui, per stare con lui, per parlare con lui. In quell'attimo durato due anni lui mi ha sempre guardato come se esistessi, mi ha parlato, è stato sempre ironico, simpatico, affascinante, sempre come quella prima sera. Il tempo passava e io non ho trovato il coraggio di dirglielo, che ero lì solo per lui, nemmeno gliel'ho mai accennato.
Fino a ieri sera, ieri sera ho trovato il coraggio perchè in questi due anni il callo è cresciuto, è maturato.
Gli ho vomitato in faccia tutte le mie attese, le mie speranze, le mie corse in macchina: tutto. Non volevo una risposta, volevo solo che il callo fosse completo. La sua risposta alla domanda che non gli ho fatto la sapevo già. Ho trovato il coraggio di dirgli tutto quanto solo perchè quell'attimo durato due anni finalmente era finito e non provavo più nulla per lui. Lo sapevo da sempre che a lui piaceva un'altra, una carina, magrina, stupidina, non avevo nessun bisogno che lui me lo dicesse. Ma lui non mi ha detto questo, mi ha solo chiesto perchè non gli avevo mai detto nulla, perchè avevo perso tanto tempo per un no.
In quel momento la mia ferita si è chiusa, il mio callo era completo.
Questa mattina mi sono svegliata un'altra.
Ora ho il callo, ora so amare.
Maristela
Perchè proprio ora che mi assomiglio tantissimo?
Ci sono voluti anni, sofferenze, ormoni e bisturi, ma quella che ora vedo nello specchio sono proprio io. Questo naso all'insù, così ben fatto, questo corpo sinuoso e prepotente, questo seno esagerato, questi zigomi alti, queste labbra carnose: tutto questo sono io. Con questi tacchi stratosferici persino l'altezza è cambiata, è diventata esagerata come tutto il resto, come ho sempre voluto che fosse.
Gli uomini mi guardano con aria interrogativa, dubbiosi se sia il caso o meno di desiderare questo corpo così esagerato e così ambiguo. Un'aria interrogativa che non può nascondere un certo desiderio, perchè il dubbio che io sia ancora, in parte, uomo li attrae e li intriga.
Ancora oggi è faticoso assomigliarmi, togliere quei peli di troppo, prendere ormoni, essere perennemente a dieta, camminare su questi tacchi che fanno di me una statua, una rappresentazione simbolica di una donna ma che rendono così difficile camminare. Eppure questa fatica è pienamente ripagata dalla mia somiglianza con me stessa, compresa quella parte di me stessa che è rimasta com'era e dov'era, compreso questo mio essere anche un po' maschio, dentro a una femminilità così esibita e simbolica.
A me non bastava sembrare una donna, volevo sembrare LA donna, volevo ESSERE la donna.
Ora nello specchio vedo questo: LA donna, emblematica, simbolica, che ho sempre visto dentro di me ma che dallo specchio prima non usciva. Un tempo dallo specchio usciva un maschio triste, effemminato che si guardava con disgusto perchè non si riconosceva. Ecco perchè piango, piango perchè non mi piace essere qui per terra, sentire il mio sangue che esce a fiotti, sentire che questo capolavoro, questa me stessa che con tanta fatica ho fatto in modo che mi assomigliasse, ora sta morendo.