

Smashwords Edition
© Massa Editore, 2010
Piazza Nicola Amore, 14 80138 Napoli Tel./Fax 081.5630121 www.massaeditore.com
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ISBN 978-88-95827-27-8
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…Coloro che non hanno radici, e sono cosmopoliti, si avviano alla morte della passione e dell’umano; per non essere provinciali occorre possedere un villaggio vivente nella memoria, a cui l’immagine e il cuore tornano sempre di nuovo e che l’opera di scienza o di poesia riplasma in voce universale.
(ERNESTO DE MARTINO, L’etnologo e il poeta)
a Nicolò e Maria Elisabetta
1.
Anche quel pomeriggio di inizio ottobre dell’anno del Signore 1620, ancora denso d’afa come raramente accadeva a Napoli in autunno, don Miguel Vaaz, da sette anni conte di Mola, attraversò molto lentamente il giardino per andarsi a sistemare su un ampio sedile scolpito in un enorme masso di pietra vesuviana.
Calava dall’albero di limoni, insieme all’intenso profumo della terza fioritura annuale, un’ombra che avrebbe risparmiato al conte l’ancora cocente sole, riparandolo da una botta di calore fuori stagione. A parte l’ombra e il profumo, quello era il suo albero. Glielo aveva regalato con tanto amore, che era una pianticella di pochi centimetri d’altezza, un massaro di Amalfi, dieci anni prima, e don Miguel l’aveva personalmente piantato e poi cresciuto con sguardi amorevoli più che con zappa e concime, fatiche alle quali provvedeva accuratamente, da esperto contadino, il vecchio Giovanni, sovrintendente massimo del giardino sempre fiorito del gran palazzo Vaaz sulla gran via di Toledo.
“Confesso a Dio onnipotente e alla beata vergine Maria, a San Michele Arcangelo, a San Giovanni Battista, ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, a tutti i Santi e a Te, o padre, che ho molto peccato in pensieri, in parole e in opere, per mia colpa, per mia grandissima colpa. Perciò supplico la beata Vergine Maria, San Michele Arcangelo, San Giovanni Battista, i Santi Apostoli Pietro e Paolo, tutti i Santi e Te, o padre, di pregare per me il Signore Dio nostro”.
Il “confiteor” cadeva sempre alla stessa ora, almeno da quando risiedeva nel palazzo che si era fatto costruire proprio sulla strada fatta aprire poco meno di cent’anni prima dal già mitico Viceré don Pedro da Toledo.
E perciò portava il nome del governante illuminato che avremo modo di incontrare ancora, in questo racconto, quando sarà l’ora di riferirsi ad altri viceré, tutt’altro che illuminati.
Don Miguel non aveva badato a spese per quel palazzo che dava sulla bella strada, alle cui spalle si stendeva un piccolo, intricato mondo di stradine, abitate, per lo più, dai soldati spagnoli e disseminate di case di piacere e taverne frequentate a ogni ora. Aveva investito qualcosa come trentamila ducati, tanti quanti bastavano per comprare un feudo nemmeno tanto piccolo: sessanta stanze su tre piani, ampi saloni e gallerie ad ogni piano, arredo di qualità infiorettato da molti pezzi d’arte non soltanto al piano nobile, che si era giustamente riservato, ma anche negli altri due occupati da Benedetto e Pantaleone.
Mirabili riproduzioni di statue greche e romane su per le scalinate accompagnavano verso le dimore, anticipando il lusso e il gusto che il conte non aveva risparmiato. Tant’è che si era fatto consigliare il nome di un giovane promettente pittore al quale aveva affidato il compito di affrescare molte pareti.
Bravo giovane, si chiamava Aniello De Rosa e lo aveva tenuto a stipendio per un anno, in base a un regolare contratto, come usava, fornendo la pittura, i pennelli e insomma tutto l’occorrente, per una spesa complessiva di duecento ducati e carlini dieci, come aveva annotato sul libro delle uscite.
Quanto al confiteor, lo consumava sempre nello stesso posto, alla stessa ora, soprattutto da quando era stato inappellabilmente prosciolto da ogni accusa dopo il processo celebrato in contumacia mentre era da un anno e mezzo latitante, al riparo dalle angherie del duca d’Ossuna. Gli capitava, così, anche di alzare di tanto in tanto gli occhi verso il forte di Castel Sant’Elmo e la Certosa di San Martino, sul pizzo della collina che sovrastava Napoli, e di pensare a quel ben di Dio di arredi, quadri, argenti che vi erano custoditi e che conosceva a meraviglia, pezzo per pezzo.
Quel rito, in fondo, aveva finito per cadenzare i giorni, i mesi, gli anni, una sorta di calendario recitato e anche, più banalmente, di orologio, che gli segnalava l’approssimarsi delle ombre della sera e, quindi, della cena frugale in compagnia di qualche nipote disponibile. A proposito, non sapeva mai quale, indaffarati come erano, gli ormai ex ragazzini: Simone alto magistrato, al quale aveva già deciso di lasciare il titolo di conte; le due figlie di Benedetto, Lorenza e Majora, prossime a ottimi matrimoni e consapevoli che a scegliere lo sposo avrebbe pensato il solerte zio don Miguel.
Gli unici convitati fissi, almeno quando non erano impegnati da qualche rara scrittura volante, due fratelli artisti di canto e ottime forchette, che gli erano sinceramente devoti e sapevano tenergli compagnia con grande discrezione, assecondandone non ruffianamente gli umori. O gli ospiti improvvisi, quelli che, tra i suoi amici più cari, che non erano molti, bussavano al grande portone del palazzo sapendo di trovarvi ospitalità genuina e biada di prima qualità per i loro cavalli, governati da Gerardo con pazienza e affetto.
Andava avanti sempre così, da quando quel sant’uomo di padre Celio, il suo amato confessore, circa quarant’anni prima, gli aveva raccontato dell’Arcangelo, ricordandogli altre storie di santi che aveva appreso, adolescente, da frate Agostinho da Cruz di Ponte de Barca, amico di famiglia in Portogallo, un francescano, scrittore e poeta, eremita negli ultimi anni di sua vita.
“Siete fortunato a chiamarvi come l’Arcangelo. Il vostro nome, Miguel, è l’espressione di tutta una frase ebraica composta come è di tre parti: Mi-Kha-el. Chi come Dio? Vi sembra poco?”
Be’, perché nasconderlo, un po’ peccava di superbia quando ascoltava la storia di San Michele dalla voce sempre bassa di padre Celio, sentendosi in qualche modo depositario di chissà quale particolare benemerenza per quel nome scelto da suo padre, ebreo convertito e mercante, devoto dell’Arcangelo.
Ma, a pensarci bene, tutte le storie che gli raccontava padre Celio erano rimaste nella sua memoria, forti e sempre nitide, come le ore trascorse con il sant’uomo nel chiostro dei Celestini a San Pietro a Maiella quando, per farsi capire, non conoscendo che poche parole italiane e, appena appena, un po’ del latino delle orazioni, si aiutava soprattutto con la mimica. Tra le tante era proprio la storia di San Michele che aveva un fascino tutto speciale e su quella storia amava farsi intrattenere dal padre originario di Chieti, dottore in teologia e assai esperto di greco e latino.
Il reverendo lo aveva anche invitato a seguire la festa dei “guagliune”, che era particolarmente originale pur essendo tipica di una città a suo modo interamente originale. Ogni anno, un mese prima del 19 maggio, giorno della festa per San Pietro Celestino, molti giovani dei diversi quartieri di Napoli, dopo aver esibito una lettera di presentazione del proprio parroco, si iscrivevano in un apposito registro per partecipare a una processione detta del “maritaggio”. Il 19 maggio, al termine della messa solenne, davanti ai padri del convento e a una folla sempre straordinaria un ragazzino estraeva da un’urna quattro bussolotti contenenti i nomi di altrettanti “guagliune” e i fortunati ricevevano altrettante doti, frutto delle questue domenicali dei frati.
La cerimonia si concludeva con la distribuzione dei “celestini”, dolci particolari preparati dai padri cucinieri, una vera bontà: ciliegie candite rosse e verdi, mandorle macinate, strutto, farina, uova, zucchero, sapientemente lavorati, infine luccicanti grazie ai confetti d’argento usati senza risparmio.
Aveva conosciuto padre Celio, che era da vent’anni anni abate del convento al centro della città, dopo pochi mesi dall’arrivo a Napoli del galeone, partito da Oporto, sul quale il conte aveva viaggiato con i due fratelli, Baldassare e Pantaleone, con la sorella Anna, con le cognate e il primo nipote, Simone, figlio di Pantaleone e suo pupillo, che aveva appena fatto in tempo a nascere a Oporto.
Avendo preso casa a trenta metri dall’antichissima chiesa dell’Ascensione, nel borgo di Chiaja, don Miguel aveva sentito per la prima volta padre Celio spiegare il Vangelo ai pochi novizi del già malandato convento, tutt’uno con la chiesa, l’uno e l’altra in piedi per virtù dello Spirito Santo, fortemente minacciati come erano da fondamenta infradiciate dal sottosuolo, paludoso di suo, e dall’acqua del vicino mare.
Gli aveva chiesto, dopo la messa, cercando di baciargli la mano atto al quale il sant’uomo si era sottratto“Padre, quando potete confessarmi?”
Gli si era rivolto in portoghese, ma più che con le parole esprimendosi a gesti e facendo un cenno del capo ai due fratelli, rimasti poco distanti.
Che si avvicinassero, diamine, anche Benedetto e Pantaleone avevano bisogno di confessarsi. L’ultima volta che lo avevano fatto, e lo ricordava bene, era stato prima di imbarcarsi. E tutti e tre lo avevano fatto soprattutto per invocare la benedizione dal sacerdote che li aveva visti diventare adulti. Un’istituzione, più di un parente stretto, ecco che cosa era don Ricardo, parroco della Santa Cruz, il quartiere popolare con il nome di una chiesa, dove i Vaaz possedevano un palazzotto, con vista del porto, acquistato quando si erano trasferiti dall’isola Terceira, nelle Azzorre.
Sotto l’albero di limoni, per scacciare i pensieri delle sofferenze patite negli ultimi due anni per colpa del viceré nemico, l’irriducibile duca d’Ossuna, e del suo degno sodale don Giulio Genoino, che lo avevano tanto provato, riandava volentieri agli anni sereni dell’adolescenza nel natìo Portogallo.
Finalmente non aveva più di che preoccuparsi.
Quella carogna dell’Ossuna era già abbastanza lontano, in condizione di non nuocere. Al suo successore, il cardinal Borgia, tante brave persone che occupavano ruoli di prestigio nell’apparato statale, avrebbero parlato delle molte benemerenze acquisite da don Miguel al servizio del Regno e avrebbero sicuramente ottenuto la distruzione di due faldoni di atti istruttori che i ciechi servi del duca avevano preparato per incastrare il conte.
Peccato, proprio il principe di Capua, suo vecchio amico e consigliere del Collaterale, aveva cortesemente rifiutato l’invito a cena:
“Sarà per un’altra volta, don Miguel, e quanto all’Ossuna l’ho sistemato per le feste, è andato via con un brutto ricordo di Napoli”.
Il principe, persona di eccezionale rettitudine, con ottime conoscenze presso il Consiglio d’Italia, si riferiva allo scandalo dello “zucchero d’oro”, scoppiato proprio negli ultimi giorni del governo dell’Ossuna, quando il viceré aveva fatto partire un galeone armatissimo a caccia di un veliero turco avvistato in prossimità del golfo di Napoli. Gli abili marinai del galeone avevano catturato il veliero e, sorpresa, avevano trovato a bordo dodici bellissime giovani rapite in un paesino costiero e destinate al Serraglio del Gran Pascià. Nella stiva, poi, erano state rinvenute numerose casse piene di zucchero finissimo che erano state subito scaricate con gran cura a Palazzo.
Il viceré aveva trattenuto una cassa e le altre le aveva fatte vendere al più importante speziale di Napoli, Livio di Domenico. Dopo due giorni uno schiavo dell’equipaggio, assegnato alla galea reale, aveva “confessato” al nuovo comandante, in cambio della libertà, che nelle casse di zucchero erano nascoste notevoli quantità di pietre preziose e di monete d’oro. Il viceré aveva immediatamente fatto interrogare lo speziale che, poveretto, aveva risposto di aver trovato soltanto zucchero. Non lo avevano creduto e, benché appeso a testa in giù all’albero più alto del veliero turco, nuovamente e più minuziosamente interrogato da uomini di assoluta fiducia dell’Ossuna, aveva continuato a professare innocenza ed era stato liberato soltanto quando lo schiavo, a sua volta messo sotto torchio, aveva ritrattato ammettendo di aver inventato tutto per farla franca.
L’unica cassa non perquisita era, ovviamente, quella che il viceré aveva trattenuto a Palazzo. Da qui la voce, sempre più insistente, che proprio in quella cassa fossero state nascoste pietre preziose e monete d’oro. Ma chi poteva permettersi di perquisire il viceré? Bastava non frenare la circolazione della voce, e a questo avevano pensato i molti nemici, in testa il principe di Capua.
Miserie umane!
Meglio pensare al palazzotto di famiglia, tante finestre sull’Oceano; da lì i piccoli Vaaz de Andrade avevano imparato a distinguere le imbarcazioni i grandi galeoni, le galeazze, i brigantini, le piccole veloci tartane e a indovinarne i carichi, strappando sorrisi di compiacimento al padre, Duarte Dias, stimato mercante e padrone di due galeoni vecchiotti ma ancora efficientissimi che Miguel, Benedetto e Pantaleone avevano ereditato, insieme alla pratica del commercio di grano, importato soprattutto dall’Irlanda.
Sempre dal padre avevano imparato a riconoscere l’intenso, unico profumo del buon grano e, appena grandicelli, Duarte Dias aveva insegnato ai figli a tagliare in due un chicco di grano, con un affilatissimo coltellino, per scoprire all’interno quelle temute, microscopiche macchie nere che condannavano il grano alla “seconda scelta”. Perché soltanto quando non si notava il nero all’interno del chicco ci si trovava davanti a grano eccellente.
Lo emozionavano sempre, anche, tutti i ricordi della chiesa decorata con antichi azulejos, le tipiche ceramiche portoghesi di colore bianco e azzurro e così le figure degli episodi della vita della Vergine che, bambino, lo avevano particolarmente colpito, mentre la religiosissima madre gli faceva da guida sospendendo la recita del rosario per parlargli di Nostra Signora. E, ancora, quello che aveva visto quando sotto casa passò era proprio piccolissimo una strana processione, e notò che la madre si segnava più volte al suo passaggio.
Poi, fattosi giovanotto, chiese il perché di tutti quei segni di croce e apprese che processioni così era meglio non vederne mai, perché ricordavano un momentaccio per l’intero Portogallo, con quello stendardo di San Domenico portato dai frati, un gran numero di inquisitori che precedevano i condannati a morire, tutti con in mano un cero, affiancati dagli accompagnatori e tra quelli che reggevano il cero c’erano certamente i condannati al rogo, comprese molte donne di malaffare.
C’era, ancora, una leggenda appresa anche prima, quando aveva sei o sette anni, che pure gli provocava una strana sensazione, tra lo sgomento e l’incredulità. Riguardava anche l’Inquisizione, quella sventata ai tempi di Giovanni III.
Sollecitato da un teologo italiano molto ascoltato, Pietro Margaglio, il Re aveva chiesto a Carlo V informazioni per introdurre l’Inquisizione all’uso di Spagna, affidando la richiesta a un messaggero. Un gruppo di focosi marrani, come chiamavano gli ebrei convertiti, informato delle intenzioni di Giovanni III, assoldò due israeliti senza paura incaricati di intercettare il messaggio. I due assalirono il messaggero e gli staccarono la testa, che portarono trionfalmente ai mandanti della spedizione di morte come una “ricevuta”. I marrani fecero gran festa ma il gaudio durò poco. Il governo portoghese li fece arrestare, processare, torturare fino alla morte. E non finì lì, perché in quell’occasione Giovanni III chiese e ottenne da papa Paolo III la bolla che stabiliva l’istituzione del Tribunale del Sant’Uffizio, affidato a don Francesco Diego da Sylva.
Quel tribunale rimase attivo sino al 1536, quando fu sospeso per sopraggiunto indulto generale.
I suoi genitori non amavano parlare di storie di ebrei. Suo padre, che veniva da una numerosa famiglia, si chiamava Abramo Aboab e si era convertito. Era stato battezzato “in piedi” da don Manuel Re del Portogallo, nel 1497, con il nome cristiano di Duarte Dias. Ebrea convertita era anche sua madre, Florenza Dias.
Ricordi, ricordi. Gli venivano in aiuto, interrompendo l’angoscia: quelli delle gite domenicali lungo il Douro, il fiume che tagliava in due la città, sul “barcos rabelos”, una delle barche di famiglia adibite al trasporto delle grandi botti di vino e per questo noleggiate ai piccoli commercianti di Avintes o della Ribeira de Abate. Era una specie di rito anche la passeggiata che Manuel Siego, capo marinaio al servizio di don Duarte, gli prometteva regolarmente e altrettanto regolarmente manteneva. Un’ora sul fiume, spesso “caminhando contra o vento”, ma il bambino aveva ampia libertà di muoversi sul barcone, da poppa a prua, rivolgendo mille domande a Manuel per carpirgli i segreti della navigazione fluviale.
“Posso mettermi un po’ alla barra, giusto un po’, lascerò al tuo comando…”
Manuel lo lasciava fare, epperò teneva anche a spiegargli quel che sapeva di quella cupola e di quell’altra e di quel campanile policromo che facevano capolino tra le case sulle due sponde del fiume. Dietro ogni cupola s’affacciava un monastero.
Ne ricordava i nomi, quasi tutti, e si divertiva un mondo a cantilenarli: Nostra Signora delle Necessità, Nostra Signora della Luce, il Corpo Santo, la Gran Madre di Dio, il Buon Successo, Nostra Signora della Mercede.
Le cupole più piccole erano quelle dei Paulisti, degli Agostiniani scalzi, di Nostra Signora dei Martiri, del Salvadore. Quest’ultimo monastero era la copia in sedicesimo dell’immensa casa madre dell’ordine che un giorno aveva visitato a Lisbona, dove erano tutte le case-madri: erano un traguardo per i giovani che, vicini ai voti, vivevano nelle sedi più piccole, in provincia. Su tutte le cupole svettava il campanile della cattedrale di Sé e s’intravedevano le maestose “scale della verità” che scendevano verso il fiume.
Fantasticava a più non posso, a bordo del “barcos”, inebriandosi con il profumo del vino novello nelle capaci botti di rovere, pavoneggiandosi come il mattatore di una delle storie apprese a scuola, le storie dei grandi navigatori: il successore di Enrico o di Bartolomeo Diaz, perché no? di Magellano o addirittura di Vasco da Gama, i mitici portoghesi signori di tutti i mari…
Tornando poi a terra, nella rumorosa e pittoresca Ribeira che per tutta la mattinata ribolliva di mercanti e mercanzie, di saltimbanchi, artigiani, animatori instancabili, attori e spettatori in quel rapido intersecarsi di minuscole vie, usciva regolarmente dai sogni richiamato dalla voce della madre. Donna Florenza Dias, infatti, lo aspettava, immancabilmente in ansia sul balcone più grande del palazzo, incurante dell’eterna pioggerellina per tutte le stagioni:
“Miguel, corri ad asciugarti, non vedi che sei fradicio come un baccalà lesso? Domenica non ti lascio andare, lo dirò a tuo padre e quel mezzo matto di capitano la smetterà una buona volta di viziarti....”
Le minacce duravano, al più, una settimana perché alla domenica, uscito dalla chiesa, otteneva regolarmente il perdono e allora via, verso il fiume!
Una corsa breve che interrompeva soltanto un attimo fermandosi, incantato, a veder lavorare Bonfim lo zoppo, il più bravo “santeiro” del quartiere. Uno spettacolo di magia quelle mani vecchie e svelte che, con l’aiuto di un coltello affilatissimo, trasformavano robusti pezzi d’ulivo, lasciati al sole e alla pioggia per mesi, in santini tutti uguali, le stesse facce minute.
Padre Celio, non si sarà sperduto in questo zig zag di memorie lontane? Oh rieccolo il santo senza aureola che apparve a don Miguel nella sua prima domenica napoletana!
Di quella predica, necessariamente dedicata a quattro bizzoche altolocate e a una ventina di anziane e malandate mogli di pescatori della Chiaja, frequentatrici abituali della piccola chiesa dell’Ascensione, qualcosa aveva capito, essendo il parlare del religioso semplice e dolce, affabulante. Con quelle pause che riempiva di gesti misurati, a sottolineare quello che aveva appena detto e a preparare gli uditori a ciò che sarebbe venuto. La comprensione era stata anche e molto aiutata dalla musicalità che accompagnava le parole sante.
Don Miguel non aveva impiegato molto a rendersi conto che con padre Celio non era difficile diventare amici e, infatti, lo erano divenuti nel giro di poche settimane, tanto che il mercante aveva subito accettato l’invito a trascorrere qualche ora nel chiostro di San Pietro a Majella, prima del Vespro, alla fine di una giornata di lavoro, e prima di avviarsi verso casa dove Benedetto e Pantaleone erano sempre i primi ad arrivare, affamati come lupi.
Passeggiando nel chiostro del convento grande, faticosamente costruito, insieme alla chiesa, da Giovanni Pipino di Barletta intorno al 1300, don Miguel si era fatto spiegare tutte le vicende legate alla sua fondazione e poi la storia del piccolo convento annesso alla chiesetta dell’Ascensione, che poteva ragionevolmente considerare la sua parrocchia. Abbiamo visto, infatti, che, insieme ai fratelli, don Miguel abitava a due passi dalla chiesa e già fantasticava di progettarne l’ampliamento, una volta compiuti i complessi lavori di consolidamento, a dir poco urgenti, rovinate irreparabilmente le fondamenta.
Nel quartiere della Chiaja, così chiamato perché era stato una grande spiaggia, appunto una “chiaja”, era voce comune e insistita, ormai, che la chiesa rischiava di diventare una nuvola di polvere da un momento all’altro. Le fondamenta poggiavano su una palude malamente bonificata più di tre secoli prima e di proprietà della famiglia francese dei Grasset, che se ne era volentieri privata con una donazione alla chiesa napoletana, guadagnandoci in indulgenze plenarie, una volta accertato che metter pietre di tufo su quelle terre era proprio impossibile.
Più il padre andava avanti nella narrazione, più don Miguel, allora trentenne, uomo di media statura, di corporatura minuta come il nonno paterno, due gocce d’acqua, ripeteva sempre la mamma misurandone la crescita si appassionava.
Già, perché in testa gli frullava sempre lo stesso progetto: legare un giorno non lontano, se gli affari napoletani fossero andati bene, il cognome Vaaz alla costruzione di una chiesa di quartiere. Più volte si era detto: perché non emulare la lontana ma sempre ricordata, esemplare, leggendaria munificenza di Giovanni Pipino, il mecenate che padre Celio nominava nelle sue preghiere e le cui imprese gli aveva raccontato a più riprese?
Pipino era stato uno dei più grandi baroni del Regno, proprietario, tra le altre smisurate terre, dei possedimenti tutt’intorno a Minervino, nonchè collezionista di appezzamenti in altre parti della Terra di Bari, destinati, come avvenne, a rendere a dir poco cospicuo il patrimonio di suo figlio Nicolò, futuro conte?
Pipino o non Pipino, senza nemmeno scomodare tanta lontana storia, da mercante figlio d’arte voleva rimanere, fatte le debite proporzioni, almeno nella scia dei grandi mercanti genovesi che, nel Regno di Napoli, non lesinavano quando si trattava di ingaggiare un sommo artista per commissionargli tele e affreschi capaci di arricchire il patrimonio artistico di chiese e cappelle.
Qualche storia di mercanti mecenati era arrivata, di rimbalzo, anche in Portogallo, portata dai naviganti che l’avevano appresa nei loro soggiorni d’armamento nel Regno.
Appena se ne presentava l’occasione, almeno a Napoli, i mercanti più lesti facevano a gara nel mettere a stipendio, vitto e alloggio qualche promettente artista, che sollecitamente offrivano, come in una specie di gratuito comodato, a chiese e monasteri ricadenti sotto il diretto patronato del viceré, perché vi esercitasse il talento. Un modo eccellente, non c’è che dire, per entrare nelle grazie del rappresentante del re di Spagna, che veniva ‘premurosamente’ informato dal viceré di turno.
Altra strada ben percorsa da questi signori, dai cui ombelichi non zampillava acqua santa e, come ben si è capito, mecenati per interesse, erano l’elargizioni a favore di un’istituzione napoletana ricca già di suo, come la Casa degli Incurabili. Qui, oltre a un ospedale per ogni tipo di malattia, c’era un monastero di monache infermiere, con annessa casa per pentite. Alla direzione provvedeva, per nomina viceréale, un alto magistrato in servizio al Consiglio del Collaterale. Contributi erano ben accetti alla Santa Casa dell’Annunziata, destinata anche all’infanzia abbandonata che, pure, ricadeva sotto il diretto patronato del viceré.
Quando i tre fratelli Vaaz de Andrade, o Vaez o addirittura Vais, o Vai, come finiranno registrati in molti contratti di nolo da scritturali disattenti, sbarcarono a Napoli, la capitale meridionale contava circa cento monasteri maschili, tra grandi e piccoli, e una quarantina di femminili. Il numero delle chiese era così elevato che, praticamente, non c’era quartiere della città che non ne contasse almeno una. Come e più che in Portogallo dove decine di fornaci lavoravano esclusivamente per produrre azulejos destinate a rivestire le pareti esterne delle chiese.
A Napoli era diventata ormai una prassi consolidata praticata dai nobili più facoltosi e anche da molti borghesi che volevano velocemente salire nella scala sociale, approfittando dell’ostracismo della Corona verso i signori di cappa corta sin dai tempi di don Pedro di Toledo, il “viceré illuminato”, finanziare opere d’arte per rendere sempre più belle le chiese erette nelle zone nelle cui vicinanze si trovavano le sfarzose residenze dei benefattori.
Gli astuti mercanti, perciò, avevano scelto di affacciarsi con sempre maggiore insistenza sulla scena dei mecenati, rompendo, di fatto il monopolio dei nobili sempre meno ricchi, investendo centinaia e centinaia di ducati sui preziosi servizi di pittori, scultori, arredatori di fama. Una strategia, se vogliamo, che, se aveva tanto aiutato i nobili perché mai non avrebbe dovuto agevolare chi non poteva vantare quarti particolari ma possedeva capitali consistenti?
Tante chiese e monasteri, un esercito di preti, monaci e suore, costituivano un forte elemento a favore del governo: il Regno meridionale, dopo il Concilio di Trento si presentava, da una parte come Stato in possesso di una riconosciuta autonomia costituzionale, dall’altro come feudo del Papa, per la notevole presenza di prelati disseminata sul territorio.
Il Papa era il principale confinante del Regno di Napoli e, nel passare le consegne, ogni viceré raccomandava al collega subentrante di osservare anzitutto le regole del buon vicinato, fornendogli informazioni particolareggiate su tutto ciò che riguardava l’amministrazione del territorio, frutto della sua esperienza personale ma abbondantemente ricalcate su un modello messo a punto in tutti i dettagli dal conte di Olivares. Punti nodali del “modello Olivares” erano per esempio: tenere buona corrispondenza con il Capo della Chiesa di Roma; far buon viso a cattivo gioco, tattica che aiutava anche a dirimere antiche discordie; non porre embarghi di sorta sui delinquenti comuni, a patto che non si fosse trattato di sudditi propri.
C’era poi, di costante attualità, il problema della città di Benevento: quasi al centro del Regno, apparteneva al Papa e il Papa non ammetteva la più innocente ingerenza, geloso della titolarità di una giurisdizione ordinaria e suprema.
A Benevento, da tempo si rifugiavano quanti riuscivano a sfuggire alle maglie della giustizia per reati comsumati a Napoli.
Perbacco, l’Olivares si era rivelato un marpione inimitabile: aveva raccomandato, infatti, di trattare con i guanti gialli il Nunzio presso il viceré. Se possibile, bisognava oliarlo a dovere perché, all’occorrenza, non lesinasse mediazioni autorevoli nelle questioni che inevitabilmente finivano per svilupparsi.
Bisognava anche scegliere con la massima oculatezza, ancor meglio di quanto non si doveva per gli ambasciatori, l’uomo da inviare a Roma presso il Pontefice a rappresentare il viceré. E chiudere un occhio se i vescovi in carica in tutto il meridione, che dipendevano amministrativamente da Napoli, non avessero mandato in tempo quanto stabilito in fatto di tasse sulle mense. Non basta. Mai far attendere il nunzio quando chiedeva udienza.
L’attesa l’avrebbe inevitabilmente messo di malumore, e buonanotte!
C’erano state parecchie manfrine, organizzate da una parte e dall’altra per stabilire una supremazia di fatto più che di diritto, e la Chiesa non aveva seguito sempre le strade maestre.
Qualcosa don Miguel aveva appreso già in Portogallo leggendo avidamente alcni libri. Altre storie, piene di particolari inediti, gli erano state raccontate a Napoli da un notaio di origini spagnole del quale era velocemente diventato buon amico.
Apprese, il nostro che, tra i pontefici che non avevano mai nascosto la loro avversione ai governi spagnoli, per citarne uno molto combattivo, c’era stato Paolo IV Carafa, rappresentante di primo piano della nobiltà napoletana, che non aveva lasciato fuori la porta di San Pietro il suo odio verso la Corona, accusata di aver inflitto pesanti mortificazioni all’aristocrazia, e aveva sollecitato l’aiuto dei Turchi contro il duca d’Alba e Filippo II. I Turchi avevano prontamente risposto arrivando con le loro imbarcazioni superarmate a compiere spietati saccheggi fin nel golfo di Taranto. Un’alleanza, quella, che il pontefice pagò post mortem mentre suo nipote, Carlo Carafa, che aveva fatto il bello e il cattivo tempo in politica estera, a furor di popolo era stato arrestato e giustiziato, benché cardinale.
Don Miguel aveva meditato a lungo, dopo averla esaminata direttamente di osservare, anche sulla emarginazione della nobiltà di Napoli a favore dei togati, l’ordine costituito eminentemente da ricchi borghesi e dotti personaggi senza nobiltà, come era successo a partire dai tempi di don Pedro de Toledo.
L’“illuminato” viceré aveva buttato definitivamente fuori dal Consiglio del Collaterale, il massimo organo governativo, gli ultimi nobili ancora in odore di resistenza, dettando rigide regole per l’accesso alle magistrature e agli uffici incaricati di governare il Regno, con una netta chiusura verso la ‘cappa corta’ che aveva sempre occupato le stanze dei bottoni.
Don Pedro aveva compiuto in tal modo una rivoluzione vera e propria e i nobili non avevano potuto esercitare alcun tipo di opposizione, marcati a vista dagli implacabili uomini del viceré e obbligati a trovarsi, a inventarsi anzi, piccoli spazi di limitata autonomia. Va detto, ancora, covando propositi di vendetta, perché erano stati mortificati dalla rivoluzione e si sentivano traditi, insultati dall’ingratitudine, dopo aver prestato, quasi sempre, fedeli servizi ai dominatori e molte erano state le vite stroncate in battaglie lontano da Napoli.
Finì che i nobili dovettero accontentarsi, facendo di necessità virtù, dei Seggi per il governo della municipalità, riducendosi, tutto sommato, a un’opera di facciata e dovendo, al tempo stesso, preoccuparsi ironia della sorte
di raccogliere i donativi da versare puntualmente alla Corona: erano somme ingenti, di media mai inferiori ai seicentomila ducati l’anno.
Le continue guerre della Casa di Spagna costringevano la monarchia a tenere in piedi tante armate in paesi lontani, perciò le richieste di donativi erano andate via via aumentando. Il risultato era stato l’inarrestabile impoverimento delle province e dei regni della monarchia spagnola e, più degli altri, di quello di Napoli, per le immense somme che proprio da qui dovevano partire alla volta di Madrid.
Il patrimonio regio aveva il suo maggior cespite nel fisco: tasse alte che ogni comunità, detta Università, versava attraverso i percettori, esattori che compravano l’incarico versando non meno di quindicimila ducati. La spremitura era così diventata molto pesante già ai tempi del viceré duca d’Alba al quale la Corona ordinò di spedire truppe e denaro, tanto, per la guerra di Lombardia, poi quella nelle Fiandre, poi per conquistare il Portogallo. Questo mentre le coste meridionali, prive di ogni difesa organizzata, risultavano vistosamente esposte alle feroci incursioni dei Turchi. Né riuscivano a sottrarsi all’ingrato ruolo di spremitori i successori del duca d’Alba.
Ma i limoni erano sempre gli stessi: le Università e i baroni.
Don Miguel, consapevole che gli sarebbe toccato il ruolo di uomo-guida della famiglia, si era fatto un dovere di imparare e approfondire tutto dell’organizzazione imposta dalla Spagna al Regno di Napoli. Sapeva anche che i donativi erano stati instaurati ai tempi di Ferdinando il Cattolico.
A proposito di donativi, rende meglio l’idea sapere che, sino al Regno di Filippo IV, assommeranno a 46 milioni di ducati, cifra stratosferica; per raccoglierla fu necessario aumentare i tributi, tanto che molte Università si trovarono costrette a vendere i loro beni demaniali, altre furono obbligate a contrarre debiti, esponendosi a usure, con un eufemismo, esagerate. Il meccanismo favorì esclusivamente una categoria: i possessori di moneta in abbondanza. Cioè i mercanti, italiani e stranieri, da tempo attestati nelle più influenti aree del Regno di Napoli e diventati anche banchieri e, pane al pane, strozzini.
Ma con licenza.
Alle ingenti somme dei donativi bisognava aggiungere, poi, quelle, addirittura maggiori, ottenute dalla vendita delle dogane, dei dazi, nonché dalle gabelle imposte su tutti i generi di prima necessità, la cui riscossione era venduta agli stessi mercanti-banchieri: redditizio per tutti.
I Vaaz de Andrade per comodità, semplicemente Vaaz erano a Napoli da poco e si trovarono a partecipare attivamente alla campagna per il donativo richiesto in nome e per conto del re, da don Juan de Zuniga conte di Miranda.
Fu un importante atto pubblico che segnalò la fedeltà al re di Spagna, nel Regno di Napoli, degli ancora poco noti mercanti portoghesi. A de Zuniga, che prese atto con soddisfazione della propaganda di quei mercanti portoghesi, venne segnalato che, anche a nome dei fratelli e, insomma, della ditta di famiglia, don Miguel si era dato da fare parecchio presso i dirigenti della potente Università di Foggia, tutti proprietari di sterminate coltivazioni di grano e, intanto, entrati in rapporti d’affari con i Vaaz, per la sollecita raccolta delle quote del donativo.
Il volontariato in detta operazione, a pensarci bene, rientrava proprio nella strategia di accreditamento che don Miguel aveva messo a punto nel segno del “non lasciare alcunchè al caso”. Così, tra i ricordi a lui più cari, c’era proprio quello della solenne parata viceréale del “giorno della richiesta”, di quando, cioè, andò con i fratelli a vedere il corteo variopinto dirigersi verso San Lorenzo, luogo del parlamento di Napoli.
Davanti al viceré c’erano i dodici capitani di Giustizia, a seguire la sua guardia d’onore: cento “continuos”, gentiluomini spagnoli e napoletani. A proposito, su quella piccola casta dei “continuos” proprio don Miguel indagherà accanitamente molti anni dopo, nel 1610, quando metterà mano da consigliere del conte di Lemos alla verifica e alla razionalizzazione delle spese generali dell’apparato viceréale.
2.
Procedendo nel viaggio nella memoria, come in un sogno, insisteva, nitida di particolari, quella giornata della “parata del donativo”.
Don Miguel rivedeva la moltitudine di cavalieri, di nobili titolati, e ancora: gli Eletti della città, i responsabili dei sette Uffici del Regno, il capo degli araldi circondato dai “portieri” con le mazze d’argento, il mastro di cerimonie, la compagnia tedesca della guardia e, infine, la figura da fiaba del viceré alla cui sinistra era il sindaco della città.
In coda c’erano i membri del Consiglio di stato, detto anche del Collaterale, e i magistrati anziani della Vicaria criminale e della Vicaria civile, della Sommaria, i capitani di giustizia, gli alti gradi del tribunale della Zecca, del Baglivo, il Giustiziere della Grassa, i governatori delle province e infine i responsabili di tutti gli altri uffici del Regno.
Un interminabile, festoso serpente di uomini abbigliati in modo assai decorativo, che si era incamminato verso la strada di San Lorenzo.
Lì, nell’immensa chiesa al Decumano, dove le tracce dell’antica storia di Napoli erano ovunque, il viceré aveva tenuto un’orazione prima di trasferirsi nella sala del baldacchino e, dopo aver consegnato al Segretario del Regno la lettera del re, con la richiesta del donativo, finalmente si era messo comodo su una grande sedia d’oro massiccio.
Anche quella volta, come ogni due anni, il viceré non aveva mancato di raccomandare, sul finire del protocollo, che “Su Majestad” confidava nella volontà del Regno di Napoli di esaudire la richiesta “necessaria e improrogabile”.
Quando i Vaaz cominciarono a operare, facendo base a Napoli, circa novanta milioni di ducati, realizzati attraverso la vendita delle terre dei feudatari grandi, medi e piccoli, erano da poco usciti dal Regno dove la classe dei togati, in massima parte costituita da borghesi che avevano comprato la carica, aveva raggiunto un grado di potere davvero elevato.
Ecco perché puntare da celibe per un proprio congiunto come il promettente Simone, trattato sin dalla nascita alla stregua di un figlio, a una carriera in magistratura, significava mettere al sicuro, al di là del prestigio della carica, una carta di credito per accedere a un vero e proprio mercato d’affari e mantenerne a lungo il controllo.
Si trattava, dunque, di un ottimo investimento a breve scadenza che cominciò a concretarsi non appena il giovane gli dimostrò di saper far tesoro degli insegnamenti dei precettori ai quali lo zio lo aveva affidato, sborsando fior di ducati nella ricerca dei maestri migliori proprio tra i magistrati in pensione.
Questi, infatti, oltre a dottrina e esperienza, che ovviamente contano sempre parecchio, vantavano di sicuro le non assolutamente trascurabili amicizie giuste.
E sempre ad alto livello.
Intanto don Miguel era sempre più convinto, avendoci pensato su a lungo, che doveva imitare i suoi colleghi mercanti nel mecenatismo, investendo nel rifacimento della chiesa.
Oltre ad assicurargli benemerenze a Palazzo, con immancabile ritorno di popolarità, quella spesa avrebbe tenuto a debita distanza gli spioni dell’Inquisizione, sempre attivi quando si trattava di controllare le mosse degli ebrei convertiti, al soldo come erano dell’autorità locale del Sant’Uffizio, il Vescovo di Nocera.
Lo incontreremo nuovamente questo vescovo, don Miguel ci farà la grazia di raccontarci del pericolo di finire davanti al referente napoletano del temuto cardinal Aldobrandini, dispensatore di morte nel sommo tribunale romano, gravissimo pericolo che fortunatamente scansò.
Cosa che non riuscì a suo fratello Benedetto e alla di lui moglie che, invece, nel 1616 erano stati a lungo indagati per ebraismo e, paura a parte, dopo tre mesi erano riusciti a farla franca per insufficienza di prove, dopo aver tribolato all’inverosimile.
Ora vediamo, piuttosto, di farci chiarire da don Miguel la sua idea di finanziare i lavori per la ricostruzione della chiesa dell’Ascensione.
La politica cioè e l’amminsitrazione della città era in pratica salda nelle mani dei togati che avevano emarginato i nobili. Ricostruire una chiesa, condannata altrimenti a definitiva rovina, era idea “vincente” in questa nuova Ossiringo, l’antica città egizia celebre per i diecimila sacerdoti e le ventimila sacerdotesse.
Strabiliante era, poi, il numero degli edifici di culto, ma questo numero non poteva stupire più di tanto i Vaaz, novelli cristiani che tenevano a farsi credere più cattolici di quanto, in effetti non erano, per le ragioni già esposte.
Ecco, dunque, che il mercante si convinse che ricostruire la chiesa dei Celestini nel Borgo di Chiaja poteva sperabilmente significare a chi contava nella città di Napoli che i Vaaz, portoghesi, ebrei figli di “conversos”, avevano intenzione di legarsi seriamente alla città, ai suoi usi, ai suoi costumi e che non si sentivano assolutamente di passaggio.
Occorreva, però, uno somma sostanzioso perché l’Ascensione divenisse una vera chiesa, con tanto di opere d’arte da offrire all’ammirazione e allo stupore di tutti i napoletani che contavano.
Ma per don Miguel non era un problema mettere insieme i fondi necessari, magari legandoli all’avanzamento dei lavori e quindi procedendo con stanziamenti graduali.
Padre Celio, superiore dei Celestini di Napoli e inconsapevole ispiratore, per primo conobbe quello che era ancora un progetto e naturalmente se ne compiacque.
Il patrimonio dei padri Celestini si sarebbe arricchito grazie alla munificenza che Vaaz aveva intenzione di dimostrare, anzitutto affrontando i lavori di consolidamento delle fondamenta, indispensabili alla ricostruzione della chiesa, come aveva consigliato un abile capomastro del Borgo, al quale il mercante aveva prontamente chiesto una perizia.
C’era un altro motivo, seppur remoto, “scoperto” grazie ai racconti di padre Celio, che spingeva, poi, don Miguel a pensare con insistenza alla chiesa da rifare.
Amante della storia, aveva trovato più di un punto di contatto tra le conquiste di Pipino, per come gliele aveva raccontato padre Celio e l’avventura che un Vaaz, figlio di agiato mercante di Terceira, con la sola, labile patente di nobiltà del misterioso ceppo de Andrade, andava a cominciare nel Regno.
Era ammaliato da quanto, come aveva appreso nelle sue quasi quotidiane visite a padre Celio nel convento grande di San Pietro a Maiella, era avvenuto a Napoli tre secoli prima, quando vi avevano fatto fortuna mercanti, uomini d’affari, uomini di legge, speculatori, soldati, usurai, faccendieri d’ogni colore.
Tutti avevano trovato nelle incerte, a volte economicamente traballanti condizioni dello stato, terreno fertile per le loro avventure ambiziose. Anche le persone di umile nascita, purché uomini dotati di intelligenza, perspicacia, fiuto certo nella scelta delle amicizie giuste.
Gli ultimi decenni del tredicesimo secolo e i primi anni del 1300 erano stati per l’intera Italia meridionale, un vorticoso alternarsi di interessi, con prevalenza di quelli costruiti, difesi e portati con gelosia tenace proprio dalla categoria degli imprenditori senza scrupoli.
Giovanni Pipino, che aveva identificato come nobile punto di riferimento, era stato, in fondo, come dire?, baciato in fronte dalla fortuna, allorchè Carlo V, indispettito che i saraceni di Lucera non si erano convertiti al cattolicesimo e, per di più, continuavano imperterriti a vivere tra gli agi più ostentati, decise di ‘sistemare’, una volta per tutte, e in modo esemplare, un problema religioso e risolvere, problema non secondario, la questione finanziaria: sterminando gli ultimi, baldanzosi devoti della Casa di Svevia e ordinato di incamerare i loro consistenti beni.
Ecco, trovava che Giovanni Pipino, il suo segreto modello, si era rivelato l’uomo giusto: fedele alla Corona, ottimo conoscitore di uomini e cose, capace finanziere e anche stratega.
Don Miguel, come gli aveva riconosciuto suo padre quando lo aveva messo al vertice dell’organizzazione famigliare specializzata in importazioni e esportazioni, era un buon psicologo oltre che buon organizzatore.
Gli bastava poco per capire difetti e virtù dell’interlocutore del momento.
E poco gli bastava, anche, per sfoderare, di volta in volta, l’arma migliore: qui la blandizia, là l’intransigenza, sempre puntando al sodo: l’affare. Strappare il prezzo migliore per un nolo o per una partita di merce era, infatti, la qualità che suo padre gli riconosceva come primaria.
Per la verità non soltanto il vecchio Abramo Aboab, divenuto insieme cristiano e Duarte Dias.
Anche la concorrenza, a Oporto e a Lisbona, sapeva bene, infatti, che con il primogenito del mercante venuto dalle Azzorre bisognava usare molto tatto. Guai a giocare d’astuzia, perché proprio su questo terreno il giovane non doveva chiedere prestiti, a chicchessia.
Tornando al “modello-Pipino”, diciamo così, don Miguel ricordava distintamente i veri e propri interrogatori ai quali aveva sottoposto il dolce padre Celio per apprendere quanti più particolari possibili della vita e delle opere del barlettano.
Con il passare degli anni e l’altalena di affari che gli prendeva il giorno e la notte, sempre insonne quando doveva prepararsi ad affrontare una nuova e sempre intensa giornata! don Miguel non aveva mai smesso di documentarsi sull’ormai quasi venerato Pipino e sulla sua straordinaria carriera cominciata nel 1289.
Risaliva a quell’anno l’incipit documentato della scalata al successo dell’uomo tenace che, per raggiungere gli obbiettivi per i quali di volta in volta si metteva in corsa, non esitava a rinunziare anche al più banale degli svaghi.
Tra i personaggi già noti e benvoluti a corte, era diventato destinatario di tutta una serie di sponsorizzazioni come persona pienamente affidabile e sulla quale si poteva tranquillamente investire, perché capace di coniugare perfettamente intraprendenza e riconoscenza.
Proprio con queste due regole Pipino era riuscito a raggiungere il prestigioso incarico di “maestro razionale”, che comportava accertare conti, ambascerie, inchieste, studi sulle questioni finanziarie più delicate, incarichi riservati. In una, era diventato uomo di fiducia del re e tale era rimasto per lunghi anni.
A fronte dei servizi resi, ovviamente, per il notaio pugliese non erano mai mancate ampie possibilità di leciti arricchimenti. Niente si fa per niente, giusto?
Quasi settantenne, complice un’inguaribile artrite diagnosticata a suo tempo dal protomedico generale del Regno, don Baltazar Canizal, lo straricco don Miguel, conte di Mola, da tempo feudatario di consistenti proporzioni, spesso e sempre più s’interrogava.
Riandava all’ascesa cominciata con l’acquisto del feudo di Bellosguardo, nel Salernitano, nel lontano 1597.
Rivedeva anche i luoghi dove Giovanni Pipino aveva visto la luce, era diventato adulto, aveva fatto le prove generali, diciamo così, delle sue imprese al servizio del re: gli era stato concesso molte volte, nei suoi frequenti viaggi a Barletta, porto principale d’imbarco delle “navi del grano”, sue e di quelle ragusane, delle quali possedeva carature consistenti, l’onore di dormire nel palazzo dei Pipino, finito tra le proprietà di uno dei molti Centurione, Daniele, succeduto ad un de Mari, Agostino, in qualità di percettore per la Terra di Bari.
Come voleva la regola: dopo aver rilevato la carica passando per la cassa del viceré e lasciandovi oltre ventimila ducati.
Anche Daniele continuava la tradizione di “assientisti”, che nella famiglia Centurione annoverava da tempo i suoi fratelli maggiori Marco e Luciano.
In una delle camere da letto per gli ospiti don Miguel aveva visto e ammirato in un ‘olio’ di grande formato lo storico padrone di casa, proprio lui!, che aveva finanziato la costruzione del convento dei Celestini a San Pietro a Maiella, lì dove Padre Celio gli aveva insegnato a recitare il “confiteor”.
Gran preghiera! Ben due volte San Michele vi era espressamente menzionato, davanti al santo faceva dapprima la confessione dei peccati e poi gli si rivolgeva per ottenere il perdono da Dio.
Anche nella benedizione dell’incenso si chiedeva l’intercessione del beato Michele Arcangelo, che sta alla destra dell’altare dell’incenso, e di tutti i santi eletti. Michele, il principe che compare nella Sacra Scrittura, come lo nomina il profeta Daniele “il gran principe che vigila sui figli del tuo popolo”.
E poi nell’Apocalisse: “Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Michele, principe e capo supremo degli angeli fedeli a Dio; vendicatore dell’onore e della gloria di Dio contro gli angeli ribelli; protettore della Chiesa, il forte custode d’Israele, militare e guerriero dalla spada invincibile, perciò la sua figura si proietta in un alone di luce, capace di entusiasmare i suoi devoti, egli è il gran principe, il condottiero supremo nella lotta contro il drago. Egli è l’Arcangelo”.
L’arcangelo era tanto caro alla sua famiglia, che c’era sempre stato un Miguel, almeno dalla prima metà del ‘300, periodo dal quale suo nonno era riuscito a ricostruire l’albero genealogico ricostruito da suo nonno.
Per dare un volto e un corpo al santo, il cui solo nome l’inorgogliva, non doveva sforzare la fantasia, avendo sempre a portata di mano le riproduzioni di due antiche immagini di San Michele: la prima era un’incisione comparsa in un libro stampato in Francia, dove il capo delle milizie celesti, ritto in piedi, ieratico, schiacciava un dragone; sulla lunga tunica portava un mantello, le braccia alzate, la sinistra a sostenere un vessillo, nella destra impugnava l’asta che scendeva perpendicolare nella gola del mostro.
L’altra, invece, era l’icona più antica dell’Arcangelo, in rame dorato, tra l’VIII, e il IX secolo, forse la prima offerta alla venerazione dei fedeli nel santuario del Gargano: il volto ovoidale, l’aureola modulata, molto stilizzata, quasi schematica, il naso assai affilato, gli occhi orientaleggianti, la bocca piccola, il mento rotondo, una tunica aderente in vita che si allargava ‘a campana’ fino sopra i ginocchi, due ali a contorni curvi che partivano dalle scapole.
Nella sinistra reggeva un globo, un’asta crociata nella destra.
A quest’ultima immagine sperava di affidare il suo desiderio per far affrescare la parete principale, alle spalle dell’altar maggiore, della chiesa che vent’anni prima aveva fatto ricostruire al posto della piccola cappella del monastero dei reverendissimi padri Celestini, a pochi metri dal suo palazzotto, nel borgo di Chiaja.
Quanto alla chiesa, don Miguel, che mai si era fidato delle ambasciate, preferendo mettere sempre penna su carta, aveva scritto già nel 1602 cosa i suoi eredi avrebbero dovuto fare anche per il prosieguo dei lavori. Sicché, a partire dall’erede designato, il prediletto Simone, non avrebbero potuto tradirlo, trovandosi legati da un preciso mandato, che tutto descriveva minuziosamente e per ordine.
In primo luogo occorreva rifare le fondamenta, quindi un grande architetto avrebbe provveduto alla facciata sulla quale doveva essere ben scolpita la dedica a San Michele Arcangelo; all’interno, dopo quelle opere già di buona fattura, personalmente commissionate e che comnque considerava temporanee, avrebbero affrescato i migliori pittori disponibili sulla piazza di Napoli.
Abituato a calcolare tutto perfettamente, aveva stanziato un sostanzioso lascito legato esclusivamente alla ricostruzione della chiesa e da quel fondo di quindicimila ducati prelevava già quanto occorreva per pagare settimanalmente capimastri e muratori, il cui lavoro sorvegliava di persona, rinunziando spesso al pranzo e al successivo riposo di controra.
Insieme all’antica chiesetta, come aveva avuto modo di constatare, stava andando in rovina il piccolo convento abitato da quattro vecchi monaci e una quindicina di novizi, forse a vocazione traballante e perciò scartati dal convento di San Pietro a Majella.
Bisognava, dunque, provvedere anche ai lavori del convento.
Quella dell’Ascensione, che il conte aveva messo sotto tutela, era la prima costruzione religiosa sorta lungo l’antica via Puteolana, per volere di Niccolò Alunno d’Alife, gran cancelliere del Regno di Napoli e amico personale di Roberto d’Angiò, in una zona dal terreno, come abbiamo appena detto, già fradicio di suo e per di più soggetto a costanti erosioni per la vicinanza del mare.
Che i padri conservassero pure il nome dell’Ascensione per il monastero, come era stato stabilito all’epoca della fondazione.
Ma la nuova chiesa doveva essere dedicata a San Michele, questo aveva ribadito nello strumento notarile, affidato all’esecuzione del caro erede, Simone.
E, dopo San Michele, bisognava scolpire altre dediche, una a Sant’Anna e l’altra a San Celestino, che gli era andato in sogno a fargli l’ambasciata salvavita dopo l’ordine di cattura emesso dal viceré Ossuna, nonchè per ringraziare i monaci che lo avevano ospitato per undici mesi nel 1617 trattandolo come un padrone.
Ah, che carogna quel viceré, il suo più acerrimo nemico, l’uomo che l’aveva costretto, dopo la clausura in convento, a fuggire a Genova e a rimanere latitante quasi un anno!
Su questo e su altro, vedrete, il conte ci intratterrà al momento debito perché si tratta di raccontare un’importante pagina di vita, non soltanto di un miracolo.
Quando era stato obbligato a rifugiarsi nel convento dell’Ascensione per evitare il carcere, don Miguel doveva ancora dimenticare quello che gli era capitato sette anni prima, e la grande paura che ancora gli procurava qualche incubo.
Nei soprassalti notturni si vedeva prigioniero dell’Inquisizione e condannato a morte, proprio come quei poveretti nel lugubre corteo sotto casa a Oporto, quand’era bambino.
Meno male che era stato messo in guardia al momento giusto da uno spione dell’Inquisizione, al quale passava qualche ducato di tanto in tanto, oltre a consentirgli di accedere alla dispensa di via Toledo per rifornirsi di grano e olio alla vigilia di tutte le feste comandate.
Avvenne, quando non era ancora al servizio del viceré Lemos, che il suo ex allievo Francesco de Castro, fratello del viceré, gli aveva mandato un messo da Roma con l’incarico di recapitare personalmente una lettera a una suora, Giulia de Marco, che si diceva in odore di santità.
Il cattolicissimo Francesco scriveva a suor Giulia per invocarne la protezione spirituale, alla vigilia di alcuni importanti impegni che il re stava per affidargli quale ambasciatore.
Don Miguel sapeva bene che intorno alla de Marco stava crescendo la simpatia di molti gesuiti e un consistente numero di nobili e di autorevoli uomini dell’apparato statale le riconoscevano poteri taumaturgici.
Il messo del conte gli spiegò che si trattava di una lettera che doveva essere recapitata con urgenza e proprio nelle mani di suor Giulia. Costei era costretta in un convento di Napoli da un’inchiesta che Monsignor Deodato Gentile, delegato del Sant’Uffizio, stava conducendo sull’attività della religiosa, del suo padre confessore, padre Aniello Arciero e di un avvocato ritenuto in stretti rapporti con la de Marco, tale Giuseppe de Vicariis.
Francesco si rivolgeva a don Miguel, da anni amministratore unico dei possedimenti del Lemos, perché era certo che, da uomo navigato, avrebbe trovato il modo di evitare le maglie degli uomini che lavoravano per monsignor Gentile.
Non si sbagliava, don Miguel aveva trovato il modo per entrare, non visto, in convento e compiere la missione.
In quell’occasione suor Giulia lo intrattenne, presente Arciero e l’avvocato, chiedendogli molte informazioni e assicurandogli protezione e benedizioni per l’attività di mercante e per la carriera alla quale era stato destinato Simone.
Don Miguel tornò a casa fortemente impressionato dal carisma della suora che, durante la conversazione, gli aveva parlato di cardinali, di potenti esponenti della giustizia, di intere famiglie nobili come di gente che le era devota.
Lo aveva colpito, soprattutto, l’amicizia che suor Giulia aveva vantato con il cardinal Federico Borromeo che, in segno di devozione, le aveva mandato alcune reliquie di suo zio Carlo.
Pur essendo stato invitato a ritornare, don Miguel aveva comunque preferito dimenticare quell’esperienza e se ne trovò contento quando si seppe che il Sant’Uffizio, pur non arrivando a istruire un regolare processo, decise di punire padre Arciero richiamandolo a Roma e privandolo della confessione, e di obbligare suor Giulia a risiedere in un convento di Nocera Inferiore.
Ma ancora più contento fu quando, entrato al servizio del secondo conte di Lemos, questi per caso accennò a suor Giulia, dicendosi suo devoto come il fratello Francesco.
Potè rispondere che era felice di averla conosciuta, ma, precisò, non l’aveva mai frequentata.
Gli bastava essere stato benedetto una volta. Nonostante questo deciso atteggiamento, che poteva
anche essere considerato controcorrente, tanto l’elenco dei devoti di suor Giulia nel Regno di Napoli era cresciuto a dismisura, sul finire del 1610 era stato ugualmente sul punto di cadere nelle grinfie della suora e quella volta per vincere una debolezza da niente.
Ma chi era suor Giulia, che tanto insospettiva? Appartenente al Terz’Ordine francescano, era una bella
donna, figlia di una schiava turca che, prima di sposare un contadino della provincia di Salerno, si era convertita.
Dopo essere stata istruita dal suo confessore, Aniello Arciero dei Padri delle Crocelle, l’intraprendente suora, che diceva di avere numerose premonizioni nei suoi improvvisi rapimenti estatici, s’era conquistata la fama di religiosa ricca di capacità profetiche, in grado di operare guarigioni miracolose.
Non agiva mai da sola, sia nelle predicazioni sia nelle riunioni spirituali.
Aveva imbarcato nell’avventura padre Arciero e de Vicariis, che poi ammetteranno quanto i teatini di Napoli facevano sapere, di essere stati i suoi amanti, in un commercio carnale che comprendeva altri “fedeli”.
Suor Giulia e i suoi due assistenti, protetti dai gesuiti, avevano avviato un’incessante opera di proselitismo, non soltanto nei monasteri dove le suore di tutte le età erano preda facile ma anche in istituti di pubblica assistenza.
Il movimento del trio insospettì gli uomini che lavoravano segretamente per il Sant’Uffizio, che riferirono al loro superiore a Napoli, Monsignor Gentile.
Questi, a sua volta, inviò un rapporto a Roma da dove il Sant’Uffizio lo incaricò di approfondire le indagini che, come già anticipato, non produssero tuttavia gli atti necessari per aprire un regolare processo.
La debolezza che stava portando don Miguel a chiedere l’aiuto di suor Giulia, e quindi a entrare nel novero dei suoi devoti, elenco lunghissimo che gli inquisitori scoprirono più tardi e fu sbandierato durante il processo del 1615, dipendeva dall’artrite.
I dolori si erano fatti sempre più insopportabili e se ne lamentava con un suo vecchio dipendente che aveva lavorato per vent’anni alle “fosse” del grano.
Lì aveva contratto una terribile forma di artrite deformante. Questi gli aveva parlato, infervorandosi, di una miracolosa guarigione, interceduta da suor Giulia.
«Vedete, don Miguel, ora posso nuovamente muovere le mani camminare senza bastoni, sono scomparsi tutti i dolori. Non fossi già vecchio vi chiederei di riammettermi al lavoro. Tutto merito di quella santa suor Giulia…».
Don Miguel soffriva già da alcuni anni di forti dolori alle articolazioni e alla schiena, che curava con pozioni prescrittegli dal protomedico.
Trovarsi avanti un miracolato che, per giunta, si era offerto di accompagnarlo in gran segreto dalla “santa” suora che teneva sotto protezione il viceré, la vicerégina, il conte Francesco e decine e decine di persone importanti, era una tentazione molto forte.
Tuttavia il “miracolato”, gli aveva detto che in quei giorni bisognava usare molta circospezione perché la “santa” non era liberamente disponibile, gli uomini del Sant’Uffizio controllavano notte e giorno chi entrava e chi usciva dal convento di Donnaregina, dove si trovava da un anno.
«Don Miguel, se siete interessato farò i miei passi e vi riferirò il risultato. Mio fratello comanda la squadra di uomini che hanno l’incarico di sorvegliare il convento, di nascosto, per ordine dell’Inquisizione. Gliene parlerò, sono sicuro che potrà organizzare la visita».
E se davvero la suora gli avesse ‘fatto’ il miracolo di guarirlo? In fondo non era messo peggio del suo ex dipendente, sarebbe bastato mezzo miracolo.
Dopo una settimana ebbe la risposta. Doveva tenersi pronto tra due giorni, alle due dopo mezzanotte.
Il fratello del suo ex dipendente gli avrebbe coperto le spalle, suor Giulia era stata avvertita e aveva detto che era disposta a riceverlo. Nessuno avrebbe potuto riferire del suo ingresso a Donnaregina.
Fu proprio mentre parlava con il suo vecchio lavoratore, nell’ufficio del magazzino al Mandracchio, che arrivò il contrordine, portato proprio dall’uomo che avrebbe dovuto consentirgli l’udienza.
«Don Miguel, mi dispiace dirvi che non se ne fa più niente. Ho appena saputo che il vescovo inquisitore sta organizzando il trasferimento di suor Giulia da Donnaregina ad un altro convento di Napoli, ma ancora non so quale».
Un trasferimento davvero provvidenziale.
E meno male, in che guaio stava per finire!
Non sarebbe corretto e nemmeno simpatico, dopo aver suscitato probabilmente una qualche curiosità nel paziente lettore, lasciare sospesa la vicenda della suora e dei suoi degni compari, anche perché giocò un ruolo primario l’Inquisizione e ormai sappiamo che i Vaaz qualche serio motivo per temere la santissima nera istituzione ce l’avevano, avendo lasciato il Portogallo proprio per evitare la rete del Sant’Uffizio e, trasferendosi a Napoli, erano certi di non andare incontro a guai.
Agli sgherri napoletani dell’Inquisizione, che era attiva nell’intero Regno alle dirette dipendenze di Roma, sarebbe bastato riferire al monsignore delegato che il mercante portoghese, figlio di ebrei convertiti, aveva un qualche rapporto con la “suora”, per far scattare il meccanismo dell’istruttoria.
Sicché, sia pur procedendo velocemente, vediamo come andarono a finire la vicenda di suor Giulia e dei soci che don Miguel non mancò di seguire dall’osservatorio privilegiato del palazzo del viceré Lemos, sempre trepidante per lo scampato pericolo.
Allora, ripartendo dalla clausura imposta alla “suora” e dal richiamo a Roma del suo primo confessore, successe che la detta suor Giulia, benché costretta in convento, riusciva ugualmente a tenere i contatti con i suoi più accesi fedeli proseliti, ai quali ordinava di continuare senza soste la propaganda per quella sua nuova devozione, con l’aiuto del suo sodale De Vicariis.
Di questi si erano perdute temporaneamente le tracce, come riferirono al vescovo inquisitore gli uomini incaricati di arrestarlo.
Nel frattempo cominciarono a serpeggiare molti dubbi sulla eresia ancora presunta della donna che, ammalatasi gravemente ai polmoni, e costretta a cambiare un altro paio di monasteri in provincia, dopo la ‘detenzione’ a Donnaregina, era finita in un piccolo appartamento nel palazzo di don Alfonso Suarez, luogotenente della Camera del Reggente del Collaterale.
Qui fu un po’allentata la sorveglianza, per ordini impartiti da Roma dal cardinal d’Aragona, personaggio di spicco del Sant’Uffizio.
Il cardinale, infatti, aveva deciso di tenere sotto osservazione suor Giulia sempre accompagnata da una giovane discepola, suor Francesca attraverso una speciale missione affidata a un gesuita napoletano suo amico.
Era stato informato che la suora, in effetti, non aveva fatto del male e nelle sue prediche non c’erano elementi di forte contrasto con la religione cristiana.
Intanto De Vicariis, smaltita la latitanza, aveva potuto riprendere a frequentare l’amica e fu lieto di ricevere una richiesta di aiuto, che girò a suor Giulia, da parte di un suo compagno di studi in legge gravemente ammalato e dato per spacciato dalla medicina ufficiale.
Suor Giulia cominciò con l’inviare a casa dell’ammalato la fedele Francesca, per avere informazioni sul suo reale stato di salute, sulle cure, in attesa di intervenire personalmente, una volta ottenuta l’autorizzazione a lasciare gli arresti domiciliari.
Ma la discepola era andata al di là dell’anamnesi e aveva preso a curare l’ammalato, con il conforto di un padre teatino, suo vecchio confessore, al quale cominciò a parlare dei dubbi di blasfemìa che l’avevano presa frequentando assiduamente suor Giulia e il De Vicariis.